sabato 21 agosto 2010 

In altre parole

Tu e io. Ringhiera sul mare. Mare di luce, come la notte in cui siamo immersi fino al collo.
Due sagome di alberi. Di cartone. Dai rami, scendono delicatamente dei veli, veli che toccano terra. Due salici piangenti. Di cartone.
Tu e io. Soli, nel silenzio a cui non crediamo. Mi fronteggi. Io ti guardo, tu rifletti il mio sguardo deviandolo. Mi rifletti e mi sfuggi, ma non mi importa, finché resti, qui, in questo brandello di spazio strappato da non so dove. Immersi nel buio, tranne la luce timida di sette stelle di carta argentata che si specchiano nel mare, immobile. C'è un'attesa vibrante nelle cose.
Tu dici, apri la bocca. La lingua che batte sui denti, il tuo alito. Sento, vedo. Lo sguardo si fa fisso su di me, e io che non ce la faccio, ti allontano, mi appoggio alla ringhiera. Faccio scivolare le mani, la percorro in lungo, attraverso gli anni trascorsi. Da un'estremità all'altra, dovresti esserci sempre tu.
Sono trentanove minuti che stiamo insieme, anche se siamo alla deriva. Ma non riesco a togliermi l'abitudine di contare.
La tua presenza qui, ora, opprime. Guardandoti è come se mi sgretolassi, piano piano. Ma tu mi accusi dello stesso. Non a parole, non serve.
E' come se vedessi la mia faccia nella tua. Non riesco a capire se quegli occhi sono i miei o i tuoi, e le tue mani, lunghe, nervose, così diverse dalla mie, sembrano le mie.

Ti lasci spogliare, come sempre per fortuna. Docile finché dura, se solo la conoscessi, in testa avresti Fly me to the moon.

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Perle ai porci

Che Dio ci fulmini se ci dovesse rendere fan della nostra vita.
Allorquoi!

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Dall'alto delle sue gonne

Dall'alto delle sue gonne, Mathilde ti ha sentito arrivare. Sgambettava col tacco in evidenza, in attesa del tuo arrivo. La sua faccia ti sembrava come sospesa tra due mondi, distante, ma in realtà era solo una sapiente strategia per evitare di vederti arrivare. Mathilde non avrebbe saputo sostenere quello sguardo, lo sguardo di tu che arrivi, "che cazzo c'avrà Mathilde stasera?". No... Mathilde era incapace di sostenerne il peso. Preferiva guardare avanti, seguendo la scia oscillante del tacco. 

Tu arrivi, saluti Mathilde, ti siedi, già sapevi che c'era qualcosa che non andava.
Mathilde rassetta la gonna, non sa dove mettere le mani, e gli occhi! Alla fine, lascia che siano le parole ad uscire, secondo il copione prestabilito, ma già improvvisato appena le lanci i tuoi occhi. Mathilde comincia a parlare, si fa scudo della sua voce, si mette a cavalcare le parole, cesellandole con la grazia che anche tu lei hai sempre riconosciuto. Ma tu non ti fai intimidire, la disarcioni, la fai deviare con la stessa baldanza con cui guardi le sue mani, nervose, che tengono stretta la gonna. Prendi le sue parole, e gliele rilanci contro, una pioggia micidiale di vocali e consonanti. E Mathilde non può usare la sua gonna come ombrello... Ma Mathilde è affascinata, adora che la si contraddica, la eccita.

Hai fumato, lasciato che il fumo avvolgesse Mathilde, il fumo stupido, mortale, volevi legarla ancora di più?
Dall'alto delle sue gonne, vi siete chiariti. Non avreste dovuto abbracciarvi per suggellare il chiarimento, non si fa così tra un'amica e il suo amico? Ma c'erano le sue gonne ad ostacolarvi. Le gonne gonfie di quello che avrebbe voluto dirti.

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venerdì 20 agosto 2010 

Mi chiamo Alba, e sono senitiva.



In Italia, questa estate, c’è un rigurgito di bacchettonismo. Sono stata in Sardegna: ero l’unica in topless.



Vorrei essere Alba. Alba la senitiva. Le tette di Alba. Tette che sentono, tette capaci, capezzolo o non capezzolo, di capire dove tira il vento. Se c’è aria di rivoluzione. Se ritorna la Restaurazione. Loro hanno parlato e ci hanno dato il responso: un vento gelido è calato sull’Italia; il vento che soffoca ogni istinto di innovazione, il vento che conforma, il vento che non ci informa.
Dobbiamo ringraziare le tettine ex-avvizzite, ora audaci nello sfidare la gravità (la metamorfosi ci commuove sempre). Ringraziamole di averci aperto la mente, di aver schiuso una strada. Come Alba, anche noi: prendiamo in mano le nostre tette, tastiamole, sentiamo, capiamole. Non ci rimane che il nostro corpo, in questi anni in cui ci hanno fregato di tutto.


Dall’alto delle mie gonne,
Mathilde.

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